Giorgio Baruzzi, Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo – Libro Primo – Canto I
Versione in italiano contemporaneo
Libro Primo – Canto I
Il libro primo di Orlando innamorato, nel quale si raccontano le diverse avventure e le cause di tale innamoramento, tradotto dalla verace cronaca di Turpino, Arcivescovo di Reims, dal magnifico conte Matteo Maria Boiardo, conte di Scandiano, per l’illustrissimo signor Ercole Duca di Ferrara.
CANTO I
- Signori e cavalieri che siete qui riuniti per sentire storie dilettevoli e inconsuete, state attenti e sereni, e ascoltate la bella storia che il mio canto narra. Vedrete le strabilianti gesta, gli enormi sforzi e le mirabili prove che il valoroso Orlando fece per amore al tempo di re Carlo imperatore.
- Signori, non vi sembri straordinario sentire cantare di Orlando innamorato, perché anche il più orgoglioso del mondo è del tutto vinto e soggiogato da Amore. Né un braccio robusto, né un fervente coraggio, né lo scudo o la maglia, né una spada affilata, né alcun’altra forza può mai opporsi così da non essere abbattuta e presa.
- Questa storia è nota a pochi, perché Turpino stesso la nascose, forse pensando che quelle sue cronache fossero sgradite al valoroso conte, poiché colui che tutto aveva vinto era tuttavia stato perdente contro Amore: parlo di Orlando, il prode cavaliere. Ma basta ciance, veniamo ai fatti.
- La verace storia di Turpino racconta che regnava nelle terre d’Oriente, al di là dell’India, un grande re, così potente per autorità, condizione e ricchezze e così possente ed energico che di nulla al mondo si preoccupava. Quel signore si chiamava Gradasso, e aveva cuore di drago e membra di gigante.
- Così come accade ai gran signori, che vogliono proprio quello che non possono avere, e che quanto sono maggiori le difficoltà, pur di ottenere la cosa desiderata, spesso fanno correre gravi pericoli al loro regno, ma non possono possedere quel che vogliono, così l’impetuoso Gradasso desiderava solo Durindana e il possente destriero Baiardo.
- Perciò fece raccogliere in armi soldati in tutto il suo gran territorio, perché egli ben sapeva di non poter ottenere con il denaro né la spada né il corsiero. Quelli erano due mercanti che vendevano le loro merci troppo care. Perciò decise di invadere la Francia e di appropriarsene con la grande potenza.
- Tra tutti i suoi scelse centocinquantamila cavalieri, ma non intendeva impiegarli, perché diceva di poter combattere da solo contro re Carlo e tutti i suoi cavalieri, credenti nella nostra santa fede, e di vincere e sbaragliare da solo tutte le terre che il sole illumina e che il mare circonda.
- Lasciamo costoro che per mare se ne vanno, perché poi ben ne sentirete il seguito. Ritorniamo in Francia a Carlo Magno, che convocò e contò i suoi nobili cavalieri. Infatti ogni principe cristiano, ogni duca e signore gli si presentò per un torneo cavalleresco che aveva indetto in maggio, durante la Pentecoste.
- C’erano a corte tutti i paladini, per onorare quella gradita festa, e da ogni parte, da tutte le terre era giunta a Parigi una quantità immensa di persone. C’erano anche molti saraceni, perché era stata bandita la corte regia, e uno speciale permesso era garantito a chiunque non fosse traditore o rinnegato.
- Per questo era venuta qui molta gente dalla Spagna, assieme ai propri signori: il re Grandonio, dalla faccia di serpente, Feraguto dagli occhi di rapace, Re Balugante, parente di Carlo, Isolier, Serpentino, che furono compagni. Ve ne furono molti altri di elevata condizione, come vi racconterò parlando della giostra.
- Parigi risuonava di strumenti musicali, di trombe, di tamburi e di campane. Si vedevano i grandi destrieri con i paramenti, in fogge inconsuete, superbe e singolari, e così tanti ornamenti d’oro e di gioielli che parole umane non lo potrebbero raccontare. Infatti, per omaggiare l’imperatore, ciascuno, oltre le sue possibilità, si fece onore.
- Già si avvicinava il giorno nel quale doveva iniziare il torneo, quando re Carlo in abito regale invitò alla sua mensa tutti i signori e baroni di nascita, che vennero a far onore alla sua festa. E quelli che sedettero a quel banchetto furono esattamente ventiduemila e trenta.
- Re Carlo Magno con volto gioioso sedette su una sedia d’oro tra i suoi paladini, alla tavola rotonda: di fronte a lui sedettero i saraceni, che non vollero usare né tavolo né sedie, ma sedettero a terra come mastini, su dei tappeti, come è loro usanza, disprezzando gli usi francesi.
- Le tavole furono poi disposte a destra e a sinistra, come riferisce il libro: alla prima tavola le teste coronate, l’inglese Ottone, il lombardo Desiderio e il bretone Salamone, molto noti nella cristianità. E man mano vicino a loro gli altri re cristiani, secondo i meriti di ciascuno.
- Alla seconda tavola c’erano i duchi e i marchesi, e nella terza i conti e i cavalieri. Furono molto omaggiati i Maganzesi, e sopra tutti Gano di Ponthieu. Rinaldo aveva gli occhi infiammati, perché quei traditori, con modi alteri, ridendo tra loro, molto si erano fatti beffe di lui, perché non era elegante come loro.
- Tuttavia nascose nel petto i suoi propositi aggressivi, mostrando all’apparenza viso lieto. Ma fra sé diceva: “Canaglie, se domani mi scontro con voi sulla piazza del torneo, vedremo quanto sarete saldi sulla sella, stirpe asinina, razza maledetta, che nella giostra spero di gettarvi tutti quanti a terra, se il mio animo non erra”.
- Re Balugante, che lo guardava in viso e indovinava quasi i suoi pensieri, da un suo interprete gli fece chiedere se nella corte dell’imperatore si conferissero onori in base alle ricchezze o al valore, affinché lui, che qui era forestiero e digiuno dei costumi dei cristiani, sapesse rendere a ciascuno i dovuti onori.
- Rinaldo rise, e con aspetto benevolo disse al messaggero: “Riferite a Balugante, poiché gli fa piacere rendere onore ai cristiani, che tra di noi spesso si trattano bene i ghiottoni a tavola e le puttane a letto. Ma quando poi è necessario mostrare valore, si rende a ciascuno il dovuto onore”.
- Mentre costoro così dicevano, da ogni lato suonarono gli strumenti musicali: ed ecco enormi piatti d’oro, pieni di raffinatissime vivande. L’imperatore mandò a ciascun barone coppe smaltate finemente lavorate. Onorò ciascuno con diversi doni, mostrando di ricordarsi di loro.
- C’era qui molta allegria, con un parlare sommesso e belle conversazioni: re Carlo, che in mezzo a tanti re, duchi e valorosi cavalieri, era consapevole della sua grande potenza, disprezzò tutti i pagani, come sabbia del mare davanti ai venti. Ma una cosa nuova che apparve, fece sbigottire lui e tutti gli altri insieme.
- Infatti, all’ingresso della bella sala, quattro giganti enormi e feroci entrarono e in mezzo a loro una giovinetta, che era seguita da un solo cavaliere. Ella sembrava la stella del mattino, e il giglio e la rosa di un bel giardino: insomma, a dire di lei la verità, mai non fu vista una tale beltà.
- Nella sala c’era Galerana, e c’erano Alda, la moglie di Orlando, Clarice ed Ermelina, tanto nobile, e molte altre di cui non dico, ciascuna bella e fonte di virtù. Dico: ciascuna sembrava bella, quando ancora non era giunto nella sala quel fiore, che alle altre della bellezza tolse l’onore.
- Ogni barone e principe cristiano rivolse il viso da quella parte, e nessun mussulmano restò a giacere a terra. Ciascuno di essi, vinto dallo stupore, si avvicinò alla ragazza. Lei, con aspetto gaio e con un sorriso da far innamorare un cuore di sasso, così cominciò, parlando a bassa voce:
- “Generoso signore, la tua virtù e la prodezza dei tuoi paladini, che in tutto il mondo sono così note, per quanto il mare si estende, mi fanno sperare che non vadano perdute le grandi fatiche di due viandanti, venuti dall’altro capo del mondo per rendere onore al tuo felice stato.
- Affinché io con un breve discorso ti esponga chiaramente la ragione che ci ha condotto alla tua festa regale, dico che costui è Uberto dal Leone, nato da nobile stirpe, di grandi imprese, cacciato dal suo regno senza giusta ragione: io, che fui cacciata insieme a lui, sono sua sorella Angelica.
- A duecento giorni di cammino, sopra il fiume Tanai, dove si trova il nostro regno, ci furono riportate notizie di te, del torneo e della grande adunanza di queste nobili persone qui riunite, e che non sono premio del valore città, gioielli o ricchezze, ma che si dona al vincitore una corona di rose.
- Pertanto mio fratello ha deciso, per dimostrare il suo valore qui, dove sono radunati i migliori cavalieri, di sfidarli ad uno ad uno nella giostra: pagani o cristiani che siano, vengano a misurarsi con lui fuori dalla città, nel verde prato alla Fonte del Pino, nel luogo chiamato la Roccia di Merlino.
- Ma sia questa la condizione (l’ascolti chi accetta la sfida): chiunque sia disarcionato da cavallo, non possa combattere in altra forma, e senza più contesa sia prigioniero. Ma chi disarcioni Uberto abbia me in premio: lui se ne andrà con i suoi giganti”.
- Al termine del discorso, inginocchiata davanti a re Carlo attese risposta. Ogni uomo l’ammirava estasiato, ma più di tutti Orlando, che si avvicinò a lei con il cuore tremante e l’aspetto turbato, benché cercasse di nascondere il suo desiderio. Talora volgeva gli occhi a terra, perché si vergognava molto di se stesso.
- Diceva nel proprio animo: “Ahi folle Orlando! Come ti lasci trasportare dal desiderio! Non vedi tu l’errore che ti devia dalla retta via e che tanto ti fa peccare contro Dio? Dove mi conduce il mio destino? Mi vedo prigioniero d’amore e non posso difendermi. Io, che stimavo tutto il mondo nulla, ora senza armi sono vinto da una fanciulla.
- Non posso togliermi dal cuore la dolce vista di quel bel viso, perché senza di lei mi sento morire, e lo spirito a poco a poco venir meno. Ora non mi serve la forza, né il coraggio contro Amore, che già mi ha messo le briglie. Non mi serve la saggezza, né il consiglio di altri, perché io vedo il bene ma mi aggrappo al male”.
- Così, in silenzio, Orlando si lamentava del nuovo amore. Ma il duca Namo, che era canuto e anziano, non aveva il cuore meno tormentato, anzi tremava sbigottito e senza forze, poiché aveva perso ogni colore in volto. Ma che dire ancora? Ogni barone si innamorò di lei e anche re Carlo Magno.
- Erano tutti immobili e sbigottiti, a guardarla con sommo piacere. Ma Feraguto, giovane coraggioso, sembrava tutto ardere d’amore. Per ben tre volte prese la decisione di sottrarre Angelica a quei giganti, loro malgrado, e per tre volte frenò quell’intento sbagliato per non arrecare un tale disonore all’imperatore.
- Ora su un piede ora sull’altro cambiava posizione, si grattava la testa e non trovava pace. Anche Rinaldo, quando la vide, in viso divenne rosso come il fuoco. Malagise, che la riconobbe, a bassa voce disse: “Ti farò un tale scherzo, perfida incantatrice, che mai ti vanterai di essere stata qui”.
- Re Carlo Magno rispose alla damigella con un lungo discorso, per poter a lungo stare vicino a lei. Parlando la guardava, e contemplandola parlava, e non poté negarle nulla, ma anzi sui vangeli giurò di mantenere ogni sua promessa: Angelica partì, con i giganti e con il fratello.
- Non era ancora uscita dalla città che Malagise prese il suo libro degli incantesimi: per avere informazioni precise sulla giovane evocò quattro demoni dall’inferno. Oh, quanto fu sbigottita la sua mente! Quanto ne fu turbato, Dio del cielo eterno! Dopo che seppe chiaramente che re Carlo sarebbe morto e la sua corte distrutta.
- Infatti quella donna così bella era figlia del re Galafrone, piena di inganni e di ogni falsità, che conosceva tutti gli incantesimi. Era venuta nelle nostre terre perché l’aveva mandata quel malvagio vecchio, assieme a suo figlio, che si chiamava Argalìa, non Uberto, come lei diceva.
- Aveva dato al giovane un destriero nero come il carbone quando è spento, così veloce e agile nel galoppo che già più volte aveva superato il vento. Gli aveva dato uno scudo, una corazza, un elmo con il cimiero e una spada fatti con un incantesimo, ma soprattutto una lancia d’oro, fabbricata con grande ricchezza e pregio.
- Suo padre lo mandò con queste armi, pensando che grazie a quelle sarebbe stato invincibile, e oltre a questo gli donò un anello di grandissima, incredibile virtù, anche se poi costui non lo adoperò. La sua virtù rendeva invisibili, se lo si metteva in bocca dal lato sinistro. Portato al dito impediva ogni incantesimo.
- Ma Galafrone volle soprattutto che la bella Angelica lo accompagnasse, perché quel viso, che invitava ad amare, facesse partecipare tutti i baroni alla sfida, e poi che per incantesimo alla fine portasse a lui ogni barone fatto prigioniero: li voleva tutti legati per le mani re Galafrone, il maledetto cane.
- Così il demonio disse a Malagise, e gli rivelò tutta la storia. Lasciamolo e torniamo da Argalìa, che era arrivato alla roccia di Merlino. Installò sul prato una grande tenda, lavorata in modo straordinario. Dentro la tenda si mise a dormire, perché desiderava molto riposare.
- Angelica, non molto lontana da lui, posava la testa bionda sull’erba, sotto un grande pino, vicino a una fonte: i quattro giganti sempre la proteggevano. Mentre dormiva, non pareva affatto un essere umano, ma assomigliava a un angelo del cielo. Aveva al dito l’anello del fratello che aveva i poteri che avete udito.
- Malagise giunse silenzioso, portato in volo dal demone. Vide la fanciulla che giaceva distesa sulla riva fiorita, e quei quattro giganti, tutti armati, che erano di guardia e nessuno di loro dormiva. Malagise disse: “Brutte canaglie, vi prenderò tutti senza battaglia.
- Non vi gioveranno le mazze né le catene, né le vostre frecce, né le vostre scimitarre. Tutti dormendo soffrirete pene, morirete come stupidi agnelli castrati”. Così dicendo più non si trattenne: prese il libro magico e scagliò i suoi incantesimi, e non aveva ancora girato il primo foglio, che già ciascuno era sepolto nel sonno.
- Poi Malagise si avvicinò ad Angelica e con cautela sguainò la spada, ma vedendola in viso così bella esitò e si trattenne dal colpirla al collo. Il suo animo fu combattuto tra diversi pensieri, poi disse: “Ebbene così vada: io la farò per magia dormire e in tal modo piglierò il mio piacere”.
- Posò sull’erba la spada sguainata, prese il suo libro in mano, lesse le formule prima di chiuderlo. Ma a che gli valse? Ogni suo incantesimo fu vano, per il grande potere dell’anello. Malagise credeva che di sicuro la donna non potesse risvegliarsi senza il suo intervento, e cominciò ad abbracciarla strettamente.
- La giovane lanciò un grande grido: “Misera me, che sono abbandonata!” Ben Malagise sbigottì alquanto, vedendo che non era addormentata. Angelica, chiamando in aiuto il fratello Argalìa, al tempo stesso tenne Malagise stretto tra le braccia. Argalìa sonnacchioso si svegliò, e disarmato uscì dalla tenda.
- Appena vide quel gradito cristiano con la sorella, per la novità perse a tal punto il coraggio che non osò avvicinarsi a loro. Ma dopo essersi un po’ ripreso, aggredì Malagise con un gran ramo di pino, gridando: “Tu sei morto, traditore, che a mia sorella fai un tale disonore”.
- Lei gridava: “Legalo, fratello, prima che lo lasci, perché questi è un negromante, e se non fosse per l’anello che ho in mano, le tue forze non basterebbero a catturarlo”. Per questo il giovane subito corse dove dormiva un gran gigante, e cercò di svegliarlo ma non ci riuscì, a tal punto l’incantesimo lo teneva soggiogato.
- Di qua, di là quanto più poté lo scosse, ma poiché vide che si dava da fare invano, tolse dal suo bastone una catena, e subito si affrettò a tornare indietro. Poi con molta fatica e grandi sforzi legò a Malagise entrambe le braccia, poi le gambe, le spalle e il collo: insomma da capo a piedi tutto lo incatenò.
- Quando vide che era ben legato, Angelica gli frugò in seno. Subito trovò il libro degli incantesimi, tutto pieno di cerchi magici e di demoni. Subito lo aprì, e nell’atto di aprirlo, né più né meno, il cielo, la terra e il mare si riempirono di demoni, che gridavano: “Che cosa ordini?”
- Angelica rispose: “Voglio che portiate tra l’India e la Tartaria questo prigioniero, nel Catai, nella gran città in cui regna mio padre Galafrone. Portateglielo da parte mia, perché della sua cattura io sono stata la causa, e ditegli che, ora che questi è prigioniero, di tutti gli altri baroni non mi preoccupo per nulla”.
- Alla fine del suo discorso, o in quell’istante, Malagise fu portato in volo, presentato a Galafrone, e poi imprigionato dentro una roccia sotto il mare. Angelica con il libro liberò dal sonno e risvegliò ogni gigante. Ognuno di loro strinse la bocca e sollevò lo sguardo, molto stupito del passato pericolo.
- Mentre qua si facevano queste cose, dentro Parigi ci fu gran discussione, perché Orlando con convinzione decise di accettare la sfida come primo campione. Ma Carlo imperatore gli disse che non voleva e che non era giusto. E anche tutti gli altri, poiché stimavano se stessi, volevano partecipare a quel torneo per primi.
- Orlando temeva molto che un altro potesse conquistare Angelica, perché, qualora il fratello fosse stato abbattuto, la donna doveva essere donata al vincitore. Lui era del tutto certo della vittoria, e già gli pareva di averla ottenuta, ma gli dispiaceva molto di aspettare, perché a un amante un’ora un anno pare.
- La questione fu esaminata nella corte reale, nel consiglio generale, e avendo ciascuno esposte le sue ragioni, alla fine fu stabilito e si decise che la faccenda fosse affidata alla sorte: chi per primo fosse sorteggiato per accettare la sfida, quello potesse andare a battersi nel torneo.
- Perciò il nome di ciascun paladino fu subito scritto su diversi cartigli. Il nome di ciascun signore, cristiano o saraceno, fu messo dentro un’urna d’oro. Poi fecero venire un fanciullo per estrarre i cartigli ad uno ad uno. Senza indugiare il fanciullo ne estrasse uno sul quale era scritto Astolfo d’Inghilterra.
- Dopo costui fu estratto Feraguto, terzo fu Rinaldo e quarto Dudone, poi Grandonio, quel crudele gigante, uno dopo l’altro Belengieri e Ottone. Dopo questi fu estratto re Carlo, ma per farvela breve, prima di Orlando ne furono estratti trenta: non vi dico quanto lui se ne tormenta.
- Il giorno volgeva verso la sera, quando finirono di estrarre a sorte. Il duca Astolfo con animo orgoglioso chiese le armi, e non si turbò, benché giungesse la notte e il cielo si oscurasse. Egli disse, coraggiosamente, che in poco tempo avrebbe posto fine al duello, gettando a terra Uberto al primo scontro.
- Signori, sappiate che nessuno era paragonabile all’inglese Astolfo per bellezza. Era molto ricco, ma ancor più cortese, elegante nel vestire e nell’aspetto. Non vedo la sua forza molto evidente, perché molte volte era caduto da cavallo. Lui soleva dire che era per sfortuna, e tornava a cadere senza paura.
- Ma torniamo alla storia. Astolfo indossava l’armatura e quelle armi ben avevano un gran valore: lo scudo era circondato di grosse perle, la maglia che si vedeva era tutta d’oro; l’elmo poi era di enorme valore per un gioiello incastonato in quel manufatto, che se il libro di Turpino non mente era grosso quanto una noce, ed era un rubino.
- Il suo destriero era coperto da un drappo con leopardi, ricamati in rilievo in oro fino. Senza preoccuparsi uscì da solo e nulla temendo si mise in cammino. C’era già poca luce ed era molto tardi, quando egli giunse alla roccia di Merlino. Al suo arrivo il cavaliere così addobbato pose la bocca al corno e suonò forte.
- Quando udì il corno Argalìa si alzò, perché il valente cavaliere giaceva presso la fonte, e subito si rivestì di tutta l’armatura da capo a piedi, completamente. Si mosse contro Astolfo con coraggio, ricoperto lui e il destriero con sopravveste bianca, con lo scudo al braccio e in mano quella lancia che già aveva gettato a terra molti cavalieri.
- Entrambi si salutarono cortesemente e rinnovarono tra di loro i patti, alla presenza di Angelica. Dopo che si furono entrambi allontanati, allo stesso modo l’un contro l’altro si volsero per scontrarsi, protetti e ben serrati sotto gli scudi. Ma appena Astolfo fu toccato per primo dalla lancia, con le gambe si ritrovò al posto del cimiero.
- Il duca Astolfo era disteso a terra, e corrucciato diceva: “Fortuna infame, tu mi sei ostile senza nessuna ragione: questa caduta fu dovuta a un difetto della sella. Non puoi negarlo: se io fossi rimasto in sella, avrei conquistato questa dama bella. Tu mi hai fatto cadere, questo è sicuro, per dare gloria a un cavaliere pagano”.
- Gli enormi giganti presero Astolfo e lo portarono dentro la tenda, ma quando fu spogliato dell’armatura, Angelica lo guardò in viso, che era così bello e leggiadro che quasi se ne intenerì. Perciò per questo lo fece trattare con il dovuto onore, per quanto onore a un prigioniero si possa fare.
- Non era legato, nemmeno sorvegliato, e nei pressi della fonte si sollazzava. Angelica alla luce della luna, di nascosto per quanto poteva, lo rimirava, ma quando poi la notte fu scura e buia, lo pose a riposare su un letto con le cortine. Lei, con suo fratello e con i giganti, davanti al padiglione faceva la guardia.
- Il giorno ancora mostrava poca luce, quando Feraguto comparve armato e suonò il corno, con tanto impeto che sembrava la fine del mondo. Ogni animale che era lì attorno a quel rumore fuggì sbigottito. Solo Argalìa non ebbe paura, ma balzò in piedi e indossò l’armatura.
- Il valoroso giovane si allacciò in fretta l’elmo fatato, cinse la spada al fianco sinistro, lo scudo, la lancia e quel che gli serviva. Rabicano, il destriero, non si mostrava stanco, anzi avanzava tanto lieve e leggero che sull’arena dove poneva la zampa nessun segno di impronta si vedeva.
- Con grande impazienza Feraguto lo aspettava, perché a ogni amante rincresce di indugiare. Perciò, appena lo vide, non stette a lungo con lui a parlare. Muovendosi con furia e senza altro saluto, con la lancia in resta con lui si andò a scontrare. Era sicuro, ci avrebbe giurato, che per sé la bella dama avrebbe conquistato.
- Ma appena la lancia di Argalìa lo toccò, in cuore e in volto sbigottì. Ogni sua forza in quel momento mancò e il suo fiero coraggio se ne andò, così che appena si rovesciò a terra non seppe in quel momento se fosse notte o giorno. Ma appena si trovò disteso sull’erba, il vigore tornò al suo animo acceso.
- L’amore, la giovinezza o l’indole rendono spesso alcuni facili all’ira. Ma Feraguto amava oltre misura, era giovane e di animo così fiero che ad averci a che fare faceva paura. Una cosa da poco bastava a fargli prendere le armi in mano, tanto era irascibile e impulsivo.
- Quando cadde, l’ira e la vergogna lo fecero alzare da terra immediatamente. Perciò si preparò a vendicare la caduta, e dimenticò del tutto il patto. Trasse la spada e a piedi si diresse verso Argalìa digrignando i denti. Questi disse: “Tu sei mio prigioniero, e mi contrasti contro giusta ragione”.
- Feraguto non ascoltò le sue parole, anzi si diresse verso di lui infuriato. Ora i giganti che erano nel prato tutti si alzarono con le armi in mano. Emisero un grido così terribile, che mai si udì un tuono così forte (Turpino lo dice: a me sembra incredibile), e il prato intorno a loro tremò per due miglia.
- Feraguto si volse contro questi, e non pensiate che fosse spaventato. Quello che si fece avanti era il più corpulento, ed era chiamato Argesto smisurato. L’altro si chiamava Lampordo il Peloso, perché era tutto peloso da ogni lato, il terzo era noto con il nome di Urgano, il quarto Turlone, e trenta piedi era grande.
- Lampordo scagliò un dardo in una giuntura della corazza, che se il prode cavaliere non fosse stato invulnerabile, come era, sarebbe morto trapassato da quella freccia al primo colpo. Non si vide mai un cane levriero, né un leopardo, né un turbine nel mare in burrasca, né una saetta dal cielo, così veloce come Feraguto a fare vendetta.
- Colpì il gigante al fianco destro, così che lo tagliò tutto, come pasta, dalle reni al ventre, fino alla zona inguinale. Né gli bastò di aver inferto quel gran colpo, ma menò intorno la spada a ragione, perché ciascuno dei tre giganti lo contrastava. Solo Argalìa non gli diede da fare, ma restò in disparte e guardò la battaglia.
- Feraguto fece un salto straordinario: si levò ben venti piedi verso il cielo e sferrò su Urgano un colpo tale che gli divise il capo fino ai denti. Ma mentre era impegnato in questo, Argesto lo colpì sulla nuca con la mazza ferrata, e tanto lo colpì da fargli uscire il sangue dal naso e dalla bocca.
- Feraguto per questo divenne più feroce, come chi non sa cos’è la paura, e stese a terra quel superbo gigante, diviso dalle spalle alla cintura. A quel punto il cavaliere fu in gran pericolo, perché Turlone, che aveva forza smisurata, da dietro lo afferrò e lo strinse tra le braccia, e subito si accinse a portarlo prigioniero.
- Ma Feraguto, fosse il caso o la sua forza non saprei dirlo, si svincolò da lui. Il gran gigante aveva una mazza ferrata, e Feraguto la sua affilata spada. Di nuovo iniziò il duello: ciascuno nello stesso istante sferrò il suo colpo, con molta maggior forza di quel che possa dirvi. Ciascuno fu ben convinto di aver colpito il nemico.
- Nessuno di quei colpi andò a vuoto, perché il gigante con selvaggia forza colpì Feraguto in testa, gli fracassò l’elmo e la lasciò senza protezione. Ma Feraguto con la spada bassa sferrò con impeto un colpo di traverso, sulle gambe coperte dalla maglia, ed entrambe con quel colpo le tagliò.
- L’uno mezzo morto, e l’altro tramortito quasi nello stesso istante caddero sul prato. Argalìa scese da cavallo e con animo coraggioso portò Feraguto presso la fonte, e con acqua fresca a poco a poco gli fece riprendere i sensi. Poi voleva portarlo alla tenda, ma Feraguto negò di essere prigioniero.
- “Che m’importa se Carlo imperatore ha firmato il patto con Angelica? Sono forse suo vassallo o servitore, così che un suo decreto mi possa vincolare? Con te sono venuto a combattere per amore e per conquistare tua sorella: voglio averla oppure morire”. Queste parole disse Feraguto.
- A quel rumore Astolfo, che fino allora aveva dormito sodo e che non avevano svegliato neppure le grida dei giganti, che avevano fatto tremare la campagna, si levò. Vedendo i due cavalieri che litigavano, si intromise tra loro con convincenti parole, cercando di metterli d’accordo, ma Feraguto non volle ascoltare.
- Argalìa disse: “Ora non vedi, coraggioso cavaliere, che sei disarmato? Forse pensi di avere l’elmo in testa? Quello è rimasto spezzato sul campo. Ora valuta tu stesso, e decidi se preferisci morire o essere prigioniero: se tu combatti senza niente in testa, in pochi colpi finirà la festa”.
- Feraguto rispose: “Il mio coraggio mi farà vincere nel duello con te, senza elmo, senza maglia e senza scudo. Così mi vanto di battermi senza armatura per conquistare il desiderato amore”. Tali parole usò Feraguto innamorato, perché Amore l’aveva ridotto in condizione tale che per Angelica si sarebbe gettato nel fuoco.
- Argalìa si infuriò nell’animo, vedendo che costui lo stimava così poco da sfidarlo a duello senza armatura e non veniva meno il suo orgoglio né al primo né al secondo scontro, benché preso due volte, ma anzi ancor più insuperbiva. Così disse: “Cavaliere, tu cerchi rogna: io te la gratterò, perché ti serva da lezione.
- 88.Monta a cavallo e usa il tuo valore, perché, ti tratterò come meriti. Non sperare che io abbia pietà di te perché ti vedo con il capo privo di elmo. In verità ti cerchi una brutta giornata, ti assicuro che l’hai trovata. Difenditi se puoi, mostra il tuo coraggio, perché presto dovrai morire”.
- Feraguto rise a quelle parole, come se nulla le stimasse. Balzò a cavallo e senza indugiare disse: “Ascolta cavaliere valoroso: se tua sorella mi vorrai donare io davvero non ti recherò danno. Se non fai questo, io non te lo nascondo, presto sarai tra quelli dell’altro mondo”.
- Argalìa fu tanto vinto dall’ira, sentendo quelle parole così arroganti, che furioso salì sul destriero, e con voce superba e minacciosa (nulla si comprese di quello che diceva) sguainò la spada e spronò il cavallo, ma non si ricordò della sua preziosa lancia, che stava appoggiata al tronco di un grande pino.
- Così rabbiosi, con le spade in mano entrambi si urtarono con il petto dei cavalli. Non c’era nel mondo cavaliere tanto grande che non potessero costoro stare alla pari con lui. Se ci fosse Orlando o Rinaldo di Montalbano non ci sarebbe vantaggio né divario. Perciò una bella storia potrete sentire, se il prossimo canto verrete ad ascoltare.
Testo originale: https://liberliber.it/autori/autori-b/matteo-maria-boiardo/orlando-innamorato/